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I TEMPI DI LAMARCK

Il problema fondamentale della storia naturale deriva in gran parte dalla questione del tempo, nonché dalla sua estensione e difficile catalogazione. La sistematizzazione dell’evolversi dei fenomeni, all’interno della natura era, prima di Darwin (1809-1882), risolta dalla genesi biblica. Ma già autori come Buffon (1707-1788) e successivamente Lamarck (1744-1829), cominciarono ad estendere in maniera considerevole l’età della terra, al fine da poterne giustificare i mutamenti nel proprio interno, in particolare per quel che riguarda gli esseri viventi. Questo sforzo teorico portò, nel caso di Lamarck, a non poche risposte ironiche dagli studiosi successivi, quali ad esempio Curvier (1769-1832) , che accusò Lamarck e coloro che la pensavano così, del fatto che avessero la tendenza ad accumulare  «[...] le migliaia di secoli con un tratto di penna».

Sebbene tutti i naturalisti tendessero ad una sistematizzazione della natura, atta ad una sua catalogazione a livello teorico, prima di Darwin il mondo naturale si trovava al di fuori della volontà umana. La natura un suo destino e un suo fine, già scritto precedentemente. La varietà del mondo naturale era giustificato, così come per il tempo, con la genesi divina e più in generale con le risposte dell’allora teologia razionale. In questa maniera era possibile anche giustificare la posizione di dominio dell’uomo sulla natura. A questo proposito è molto interessante dare un’occhiata a quanto scrivevano i contemporanei di Lamarck, ad esempio alcune parole di uno dei massimi esponenti della teologia razionale in Francia, Jaques-Henri Bernardin de Saint-Pierre (1737-1814), che nella sua opera intitolata Etudes de la nature scriveva:

«La Provvidenza ha, nelle regioni meridionali, collocato alberi sempreverdi e provvisti di un ampio fogliamo per proteggere gli animali dal calore. Ed è andata in loro soccorso coprendoli di pelo raso in modo da vestirli alla leggera; e ha tappezzato la terra che abitano di felci e liane verdi al fine di rinfrescarli».

Naturalmente, non mancano le spiegazioni per cui la natura, grazie alla volontà divina, sia in funzione dell’uomo:
«La vacca possiede quattro mammelle, nonostante che partorisca un solo vitello alla volta, raramente due, perché le due mammelle supplementari sono destinate a nutrire il genere umano»; «le erbe sono di una sostanza pieghevole e molle perché, se fossero state legnose e dure [...] la maggior parte della terra sarebbe inaccessibile all’uomo»; «la natura ha collocato cespugli e liane nei luoghi difficili da scalare, al fine di facilitarne l’accesso all’uomo»; «quanto agli alberi [...] la maggior parte gettano i loro primi rami solo a una certa altezza dal suolo, in modo [...] da lasciare intorno al tronco uno spazio sufficiente per salirvi, e affinché noi possiamo agevolmente attraversare le foreste»; «e non v’è meno convenienza nelle forme e nelle grandezze dei frutti. Ve ne sono molti che sono dimensionati per la bocca dell’uomo, come le ciliege e le prugne; altri che lo sono per la sua mano, come le mele e le pere; ve ne sono di ancor più grossi come i meloni che, essendo già suddivisi in spicchi, sono destinati a essere mangiati in famiglia; e ve ne sono pure di tanto grossi, come il jaca nelle Indie e da noi il cocomero, fatti per essere consumati coi vicini».

L’impressione di allora era che ciascun essere naturale sapesse perfettamente cosa fare. Tutto, dunque, avveniva secondo un certo ordine: un mondo fisso e rigido, privo di dinamiche interne.
Con questi presupposti, Lamarck si muoverà su un terreno già in parte smosso dal suo mentore, Buffon, per affrontare il tema della mutazione degli animali in natura, senza presupporre ragioni divine, ma per motivazioni interne alla natura stessa, quali ad esempio il fatto che gli animali dispongano di una serie graduata di tendenza verso la “perfezione”, fino a culminare nell’uomo. In secondo luogo, Lamarck si prefisse di spiegare come sia possibile avere una così vasta varietà di organismi. Lamarck ipotizzerà inoltre che, a seguito di lenti e graduali cambiamenti, una specie può subire tante variazioni da assumere poi i connotati di una vera e propria nuova specie. Il fattore determinante in questo processo sarà il tempo: un elemento che sembra scalzare la saggezza della divina Provvidenza, per cui si poteva fare a meno di una volontà superiore che avesse progettato a monte ogni possibile mutamento.

Ma la teoria di Lamarck venne screditata e derisa dai suoi contemporanei, a vantaggio della teoria catastrofista, per cui enormi e apocalittiche trasformazioni terrestri si alternavano a  interventi della Provvidenza, perennemente occupata, paradossalmente, da un lato a far sì che la Terra subisse devastanti cataclismi e, da un altro, ad ingegnarsi per la creazione di nuove specie immutabili. Con il fattore tempo, tuttavia, Lamarck permise alla Provvidenza di accomodarsi e riposarsi dalle sue fatiche, in maniera tale che fosse lo scorrere degli eventi, d’ora in avanti, a far sì che le cose avvenissero da sole. Ma la comunità scientifica dell’epoca, e a maggior ragione i teologi, evidentemente, non avevano intenzione di far riposare la volontà divina dal fardello dello scorrere dell’esistenza naturale.
Affinché la teoria di Lamarck venisse in parte ripresa e poi corretta da Darwin, era necessario, guarda un po’, ancora un altro po’ di tempo.

 

Stefano Aranginu

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