logo

KANT E LA FRIENDZONE

Diciamocelo, tutti noi abbiamo sofferto per amore. Chi più chi meno, chi per un motivo o chi per un altro, la persona a cui avremmo voluto dedicare anima e cuore non ha ricambiato. Persi nell’abbandono e storditi, lentamente abbiamo leccato le nostre ferite e, con il passare del tempo, siamo andati avanti. Dopo settimane o mesi di rassegnazione, abbiamo finalmente accettato le cose per quello che erano. In altre parole: ce ne siamo fatti una ragione.

Ebbene, questo articolo parla proprio di una storia d’amore andata male, e di come il protagonista se ne sia fatto una ragione, anzi: la Ragione. Perché  l’ “innamorato deluso” (così come lui stesso sentì di descriversi) è uno che con il ragionare ci sapeva proprio fare. Stiamo parlando niente di meno che di Immanuel Kant. Il suo unico grande amore fu la metafisica. Ma questa lo ha rifiutato e gli ha detto di continuare ad andare avanti da solo, che sicuramente sarebbero rimasti amici, ma lei non voleva rovinare un così bel rapporto. Kant inizialmente non sopportò quella distanza, ma a suo modo interiorizzò l’accaduto e ne fece uno dei più bei discorsi sulla metafisica che la filosofia moderna abbia mai conosciuto. Un po’ come capita ai bravi artisti, che per sfogare la frustrazione e la tristezza di una storia d’amore andata a male, scrivono una poesia o una canzone, o magari dipingono un quadro, e da quel malessere nasce qualcosa di bellissimo. In un certo senso, possiamo dire che Kant sia stato friendzonato* dalla metafisica, e che tutta la sua filosofia si sia basata su questo fatto. Ma vediamo come sono andate le cose nel dettaglio.

Immanuel Kant (1724-1804) è vissuto in un periodo in cui la metafisica era già stata presa a picconate dagli illuministi, i quali sostenevano che oltre l’esperienza sensibile, non può esistere conoscenza per l’uomo. Come se non bastasse, questa teoria non solo era stata avvallata dalla fisica di Galileo e Newton,  ma ad infierire ci avevano pensato pure gli scettici, come ad esempio Hume, i quali ritenevano che quello che noi chiamiamo metafisica non fosse altro l’illusione di ciò che in realtà proviene sempre e comunque dall’esperienza.

 

In Kant, la necessità di aggrapparsi alla metafisica da parte dell’uomo, ovvero di sostenere che esista qualcosa che vada oltre l’esperienza del mondo sensibile per giustificare limiti e possibilità del nostro ragionare, non è altro che una predisposizione naturale che lo porta a cercare qualcosa che vada “oltre” ciò di cui possiamo fare esperienza. “Deve esistere qualcosa!” avrebbe potuto dire qualche dogmatico metafisico del XVIII secolo, che non potendo dimostrare in altro modo l’esistenza degli enti metafisici, doveva rinchiudersi in discorsi che non soddisfacevano (ormai non più) le possibilità del fatto che le cose esistessero, e più o meno quale fosse la loro genesi. Kant non ebbe paura di affrontare questa disputa, ed ebbe non poco coraggio a dire che non bastava una spiegazione religiosa o ontologica per giustificare la nostra comprensione dell’esistenza del mondo, intesa come “copia” materiale di una qualche dimensione perfetta e immutabile. Rifiutato quindi questo primo dogmatismo, il nostro filosofo andò anche oltre lo scetticismo e l’empirismo vigente dell’epoca, rifiutando l’idea che  qualunque cosa necessariamente derivasse dall’esperienza. Ma allora come poteva essere possibile la metafisica, considerata come scienza al pari della matematica o della fisica? Quali erano i fondamenti di questa filosofia prima, così come la chiamava il buon Aristotele? Esistono delle condizioni tali per cui sia possibile legittimare questa disciplina, come un qualcosa che apporti  conoscenza all’uomo?
Kant sosteneva che il cervello degli uomini fosse, per usare un esempio attuale, come un computer che, attraverso schemi fissi e innati (potremmo dire i programmi, cioè i software) esamina i dati provenienti dal mondo esterno, ovvero dal mondo empirico. Il codice di funzionamento del pc è quindi sempre lo stesso: anche se i dati mutano, non mutano gli schemi di interpretazione di questi dati. E qui c’è di fatto un grosso passo avanti rispetto alle teorie dell’epoca: abbiamo detto che tutti gli uomini pensano allo stesso modo, e quindi la loro struttura permette di dire che i fenomeni diventano oggettivi perché tutti li percepiscono in maniera identica. Ma è possibile conoscere la cosa in sé, ovvero senza la trama dell’esperienza che connette il fenomeno alla nostra mente? Beh, giochiamo a carte scoperte: Kant ci dice di no. E questo è un grosso limite, che il nostro professore chiama noumeno, opposto al fenomeno. Fine dei giochi. Fine della metafisica. Fine dell’amore. Rimangono solo i cocci di un cuore spezzato, una enorme passione per un qualcosa che non può sostenere il peso del nostro corpo. Una bugia affascinante.

Per fare un po’ di analogie con il mondo di oggi, questa necessità di cercare la metafisica può essere tranquillamente riassunta leggendo un brevissimo monologo di una protagonista del libro di Savina Dolores Massa, “Cenere calda a mezzanotte” (Maestrale, 2013) che dice così:

“Perché questa sorte di nascere donna?
E cosa volevi essere?
Nuvola.”

La pesantezza ci travolge, il nostro amico Kant ci era arrivato e le belle parole di Savina Dolores Massa ce lo dicono senza mezzi termini. Una lezione dolorosissima. L’idea stessa dell’amore non esiste, perché non c’è l’ente metafisico dell’amore a supportare i gesti del nostro corpo che noi racchiudiamo in quella parola. Come è pesante questa terra, questo acquitrino che ci fa strisciare nel fango ma, attenzione: questo non può impedirci di sognare e di provare ad essere leggeri! Tutti i sogni sono impossibili, se ci pensiamo. Per fare un’ultima citazione, stavolta pensando a Milan Kundera, il nostro essere non potrebbe mai sostenere una simile leggerezza, quale quella della metafisica, della idealizzazione del mondo. Perché noi viviamo nel mondo, e non da un’altra parte. Ma in fondo, pensare che esista qualcosa che vada oltre il tempo, lo spazio e la nostra esperienza sensibile, rimane ancora un morbido rifugio per tempi meno buoni. Ecco la piccola rivincita del nostro Kant, la sua bella canzone che parla di un amore in frantumi. Una canzone bellissima, che ascolteremo ancora e ancora.

 

 

 

 

* “Friendzone” è un neologismo che indica una situazione in cui una persona si dichiara alla propria amata o amato, ma quest’ultima lo rifiuta, nella maggior parte delle volte giustificandosi con la classica espressione “non voglio rovinare la nostra amicizia”, relegando di fatto il dichiarante alla “zona amicizia”, appunto la friendzone.

 

Stefano Aranginu

(riproduzione riservata)

 

Leave a Reply

*

captcha *