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LA VERITÁ (IN FILOSOFIA) SU ONG E VACCINI. COSA SAPPIAMO DAVVERO?

Il concetto di “verità”, in filosofia (così come in molte altre discipline) ha avuto differenti interpretazioni. In antichità, filosofi come Platone (428 ca. – 328 ca d.C.), sostenevano che la verità potesse essere conosciuta solo attraverso la nostra parte più razionale (che aveva sede nella nostra anima), la quale, a sua volta poteva raggiungere un mondo di puro intelletto, laddove esistono gli enti originali e astratti (intesi come puramente razionali) da cui il mondo sensibile si è formato. Quest’ultimo, essendo una brutta copia dell’originale, non può essere la verità , e questo vale anche per le nostre sensazioni corporee che, in quanto tali, ci sviano dalla verità. La pensava quasi allo stesso modo il filosofo francese Reneé Descartes, vissuto nel XVII secolo.  Per lui, addirittura, solo qualcosa di molto simile alla matematica poteva portarci alla verità. Egli non considerava, tuttavia, il mondo sensibile una totale fregatura: garante del mondo esterno c’è Dio, il quale, essendo un essere perfettissimo, non avrebbe mai potuto ingannarci. I latini, invece, equiparavano il concetto di verità al facto, nel senso di ciò che era stato fatto – compiuto effettivamente -, in una realtà fattuale appunto. Un giurista e filosofo italiano, Gianbattista Vico (1668-1744) era sostenitore di questa idea di “verità di fatto”, proprio come i latini, tant’è che criticò aspramente Descartes e chi la pensava come lui, per il loro modo di concepire una verità troppo astratta, privata del contesto, astorica, per certi versi inutile. Al contrario, sosteneva Vico, è proprio nello svolgersi della storia che noi possiamo scoprire la verità sulla nostra esistenza. Descartes e compagnia bella credeva che la storia e discipline simili non potessero avere alcuna credibilità, in quanto “sporcate” da testimonianze spesso non veritiere, magari raccontate con presupposti ideologici, o più semplicemente per impossibilità di ricostruire un certo evento (e certo non possiamo dargli tutti i torti).  Altri filosofi, ancora, si sono preoccupati di demolire totalmente il concetto di verità, ormai considerato subdolo e dogmatico, nonché fuorviante: è il caso di Friedrich Nietzsche (1844-1900) che, attraverso la sua opera intellettuale, prese a picconate la metafisica e i suoi valori dogmatici, nonché i suoi concetti relativi alla verità. C’è da dire che Nietzsche non fece altro che abbattere una certa ontologia, per poi crearne una sua a sua volta. Ma oggi non ci occuperemo di questo, quanto di capire come, in effetti, qualcosa sia vero o falso. Pur essendo molto complicato, (è quasi sempre impossibile avere certezze assolute), con una buona dose di olio di gomito si può fare molto per apprendere se qualcosa è la verità oppure no.

 

Prendendo spunto dai loro metodi, cerchiamo di comprendere, innanzitutto, come i grandi pensatori potrebbero aiutarci a risalire ad una verità, quando ci troviamo di fronte ad un fatto non chiaro.

In primo luogo, solo per il fatto che così tanti hanno un loro concetto di verità, significa che la verità stessa è solo una interpretazione di una certa cosa (come sosteneva Spinoza, relativamente alle svariate interpretazioni che, al suo tempo come oggi, si davano della Bibbia), ma certo questo non significa cadere nel relativismo assoluto: se non esiste una sola verità assoluta, questo non significa che ognuno abbia la propria verità e che quindi vadano accettate tutte. Non funziona proprio così. Prendiamo ad esempio due casi concreti, che in questo periodo sono piuttosto in trend topic: le accuse alle ONG di essere in combutta con organizzazioni criminali, in merito al traffico dei migranti, e l’efficacia (messa in discussione da alcuni) dei vaccini.

Nel primo caso, quello delle ONG, sappiamo che il procuratore di Catania, Carmelo Zucca, ha asserito importanti accuse nei confronti di queste associazioni. Ora, solitamente, un procuratore, dato il suo ruolo, possiede una credibilità collettiva che solitamente non può essere posta in dubbio. Chi, meglio di lui, saprebbe come ricostruire un evento? Ebbene, non dobbiamo compiere una fallacia ad hominem, ma permanere sul nostro nucleo argomentativo, a prescindere da chi l’abbia detto. Ma che prove ci sono di questa accusa? A suo dire, nessuna! Ma facciamo attenzione, senza cadere in pregiudizi. Ascoltato alla commissione Difesa del Senato, il procuratore ha dichiarato: «Vi parlo di dati e di elementi che non sono processualmente utilizzabili, gli elementi che ho mi sono stati forniti con certezza. Io li segnalo alla politica, perché mi dia gli strumenti per poter provare quello che ho.» In questo caso, bisogna sforzarsi di accettare il dubbio e, capendo che è necessario analizzare caso per caso, dare il tempo (e gli strumenti) al procuratore di mobilitarsi affinché possa meglio provare le sue motivazioni che lo hanno spinto ad una asserzione così forte. Dall’altro lato, lo ripetiamo, non significa che tutte le ONG siano coinvolte (sempre che ve ne siano) in questo fatto, e potrebbero anche non essercene alcuna. Certo è che, per cercare di ricostruire un accadimento, e scoprire la verità, bisogna avere gli strumenti adatti. In questo caso, ci si muove su una linea di confine, sia per la delicatezza dell’argomento, sia per il tempo necessario e gli eventuali strumenti che servono per ricostruire come sono andate effettivamente le cose. Dal canto nostro, quello che noi possiamo fare è capire perché sia stata fatta una accusa del genere, tenendo conto che questo non significa che le ONG lucrino a prescindere sulla pelle di chi scappa da guerre e tragedie, ma che si tratterà sempre e comunque di singoli casi, per cui generalizzare (accusare tutti) sarebbe l’errore più grande che potremmo compiere. Questo, naturalmente, vale sia per questa vicenda che per molte altre.

 

Passiamo ora al caso dei vaccini. Come facciamo a sapere se un vaccino “fa male”, se è inutile, se dietro c’è un complotto delle big pharma per farci spendere inutilmente i nostri soldi? Potremmo porci anche le stesse domande al contrario: come sapere se un vaccino sia utile e se, effettivamente, lo Stato compie dei buoni investimenti a tutela della salute dei cittadini, o i cittadini stessi si tutelano, investendo dei soldi in vaccini per i propri figli? In questo caso, il nostro punto di riferimento è la comunità scientifica. Quando non sappiamo qualcosa, banalmente, è sempre meglio affidarsi a chi ne sa (e ha dimostrato, con titoli e pubblicazioni, di saperne) più di noi. Questo fatto è da accettare, in quanto non tutti  possono laurearsi in medicina e, tra i laureati in questa disciplina, non tutti si specializzano in Igiene e Statistica Medica o Microbiologia (che sono le specializzazioni dove più ci si occupa dei vaccini). Ancora una volta, è molto difficile farsi un’idea precisa, perfino dell’argomento di cui si sta parlando. Quanti di noi, semplicemente, sanno che cosa è un vaccino? Ecco a cosa servono gli scienziati giornalisti e i divulgatori scientifici: a spiegarci con parole semplici le cose complicate (ma molto utili per la collettività) che la scienza studia. Fondamentalmente si tratta di leggere le fonti più attendibili riguardo a questo argomento, possibilmente rivolgendoci alle comunità responsabili della divulgazione di tali argomenti. Chiedere, domandare, porre questioni deve essere il nostro obbiettivo, senza pregiudizi, lasciando da parte le nostre post-verità e, infine, senza paura di ammettere la nostra ignoranza. I vaccini sono una cosa seria: è importante capire cosa sono e a cosa servono, perché grazie a essi non si muore più per un morbillo, o altre malattie che ora sembrano farci ridere.

 

Più in generale, dal momento in cui non conosciamo un certo argomento, o ne conosciamo molto poco, non sarebbe male procedere, perlomeno in parte, come fa Descartes inizialmente: prima di tutto sospendiamo il nostro giudizio (le nostre idee personali, o le nostre esperienze dirette, infatti, non devono inficiare la verità di ciò che vogliamo conoscere); dopodiché, cerchiamo di chiederci se quello che stiamo leggendo (anche se sembra darci ragione, anzi: soprattutto se è simile al nostro parere!) sia effettivamente frutto di uno studio ponderato, oggettivo, accreditato. A questo punto mettiamo da parte il buon Descart, e facciamo come ci consiglia Gianbattista Vico: ricostruiamo la storia. Leggiamo il più possibile da coloro i quali mostrano fonti affidate e citate; assicuriamoci che gli esperti non siano motivati da ragioni che non siano scientifiche; cerchiamo dei mediatori, capaci di “filtrare” la notizia con parole a noi familiari, senza scadere nello semplicismo. Più prenderemo dimestichezza con il lessico, più potremmo permetterci di leggere contenuti specialistici su un dato argomento, fino a toccare il nucleo della questione che ci sta a cuore. Infine, potremmo anche trarre giovamento dal ribelle Nietzsche, magari a piccole dosi: utilizziamo il suo antidogmatismo per aprirci a nuove vedute, per smontare miti e credenze, a partire dalle nostre, che tanto possono vincolarci quando vogliamo capirne un poco di più di un argomento a noi distante,o magari qualcosa che diamo per scontato essere vero ma non lo è affatto.

Infine, ma non meno importante, sforziamoci di prendere consapevolezza, come fece un grande  filosofo, Socrate, che noi non sappiamo! Ricordiamocelo, prima di esprimerci su qualunque cosa. Socrate si esprimeva in questo modo: Io so di non sapere. Fondamentalmente, significa che noi partiamo da una condizione di ignoranza quasi totale. Ma già sapere questo, potrebbe essere un bel passo avanti in molte delle discussioni importanti che si sentono ultimamente, soprattutto da parte di quelle persone che scambiano la propria libertà d’espressione con l’autorizzazione a credersi sapienti di ogni campo dell’esperire umano, dai fatti di cronaca alle idee più astratte del nostro caro Platone, dai registri contabili delle ONG al che cosa sia il papilloma virus.

 

Stefano Aranginu

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