logo

L’INSOSTENIBILE SOLITUDINE DEI SOCIAL NETWORK

Nulla delle innovazioni degli ultimi anni è stato così potente e penetrante come i social network. Questi hanno cambiato non solo il nostro modo di presentarci e relazionarci agli altri, ma anche il modo in cui noi ci presentiamo a noi stessi. La possibilità di creare un diario, fatto di parole, immagini e filmati, dove (ri)vedere e (ri)vedersi, è un continuo scorrere che, potenzialmente, dato un inizio potrebbe non avere mai fine.

Una delle prime impressioni che si hanno, quando si tratta di pensare ad un social network, in particolare Facebook, è il fatto di aver azzerato le distanze con le altre persone. Emoziona profondamente pensare di poter contattare chiunque (faccia parte di questa comunità) a portata di schermo. Le comunicazioni ci rendono vicine agli altri, e pare che ci si senta meno soli.

Ma è davvero così? Abbiamo davvero colmato la distanza tra noi e gli altri, grazie a questo tipo di piattaforme?

Dopo l’iniziale entusiasmo, in cui si entra a far parte di un certo gruppo, non di rado ci si può sentire, quasi inspiegabilmente, colti da uno strano senso di solitudine. Sia chiaro, la solitudine non è di per sé qualcosa di sbagliato, anzi: è molto importante imparare a bastarsi, o avere il coraggio di rimanere in propria compagnia; in altre parole: sopportarsi e annoiarsi. Ma il punto è un altro: cos’hanno di tanto “social” queste piattaforme?

Benché strumenti di straordinaria potenzialità per l’ambito delle comunicazioni e per le aziende che si occupano di presentarci i loro prodotti commerciali, una piattaforma come Facebook non è in grado (e non sarebbe nemmeno il suo scopo) di colmare le distanze tra noi e gli altri. Questo perché, letteralmente, le azzera. Le rende zero. E quindi inesistenti. Questo punto è importante: immaginiamo di conoscere una persona, un nostro amico ad esempio, il quale abita lontano da noi. Quella distanza ci permette di pensarlo attraverso un sentimento che potremmo definire, in linea di massima, nostalgia. Allora potremmo scrivergli una lettera (o una mail); magari chiamarlo per sentire la sua voce. E dunque il nostro rapporto si suddivide tra quando lo pensiamo (la sua assenza) a quando gli scriviamo, o ci scrive lui, o magari lo chiamiamo (la sua presenza). Nella nostra bacheca di Facebook, invece, le cose funzionano diversamente: il nostro amico distante è come se fosse sempre là, in una sorta di presenza ma, contemporaneamente, anche in un’assenza, perché sappiamo che lui è ad un passo dietro lo schermo, ma quel vetro diventa barriera eterea e invalicabile, impossibile da oltrepassare. Eppure noi vediamo che il nostro amico sta proprio lì, perché magari ha scritto un commento o pubblicato un articolo che reputava interessante. In questo senso la distanza tra me e lui appare come nulla. Ma proprio l’annullamento di questa distanza, entrando in contrasto con il fatto che io possa vederlo ma non possa sentirlo, fa sì che in me scaturisca un profondo senso di solitudine. Moltiplicate questa sensazione per tutti gli amici che avete su Facebook ed ecco spiegato perché i social network, a volte, possano farci sentire soli e lontani dalle altre persone, se non anche da noi stessi.

C’è anche un altro fattore, non meno importante, da prendere in considerazione: scrivere qualcosa su Facebook, salvo casi in cui si manda un messaggio diretto, è molto simile ad un urlare in una piazza piena di gente che fa la stessa cosa. Solo che noi non ci troviamo in un luogo, benché l’impressione sia quella. Inoltre, la forza delle nostre parole è smorzata dalle centinaia di migliaia di altre parole (le urla degli altri) che vediamo. Tra l’altro il nostro parlare appare quasi come inutile perché non si rivolge a nessuno di preciso. Certo, a volte si creano delle discussioni su temi più o meno importanti, ma il meccanismo di ritorno è sempre lo stesso: un continuo vociferare, quasi un parlarsi addosso, non fosse che nei commenti è possibile che i contenuti siano scanditi, perlomeno, dalla barra sottostante all’argomento su cui si vuole dire la propria.

E che fine fanno le nostre parole? A meno che qualcuno non ci risponda (e qua si tirerebbero fuori altri temi: ci risponde uno sconosciuto? Qual’è la qualità di quanto ha scritto? Vuole davvero ascoltarmi? Voglio davvero ascoltarlo?), le nostre argomentazioni cadranno ben presto nell’oblio del web.

Facebook spesso è usato come un diario su cui annotare opinioni e pareri personali che sentiamo la necessità di condividere. Ma questa condivisione non prende una sua direzione, ovvero, il pensiero è lì buttato e non è rivolto a nessuno in particolare (delle volte nemmeno a noi stessi), e questo è un po’ come parlare al vento. La sensazione potrebbe essere simile a quella di una persona che parla ad una platea mentre, quest’ultima, man mano che il discorso va avanti, piano piano si allontana, poco per volta, senza che l’oratore se ne accorga. Quando il discorso volge a conclusione, distratto dalle sue stesse parole, l’oratore si rende conto, solo dopo aver finito, che non c’è più nessuno ad ascoltarlo, se non egli stesso. E allora finiscono le parole, le luci si spengono, lo schermo si oscura e rimane solo un’immagine riflessa, l’ultima persona che avremo voluto vedere ma con cui siamo costretti, ancora una volta, a condividere il nostro tempo. Noi stessi.

 

 

 

Stefano Aranginu

Riproduzione riservata

 

Leave a Reply

*

captcha *